L’ipersessualità descrive una condizione clinica in cui il comportamento sessuale diventa difficile da governare e produce sofferenza concreta. Nel 2019 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha riconosciuto formalmente questo quadro, inserendolo nell’ICD-11 con la denominazione di disturbo da comportamento sessuale compulsivo [6C72]. Il dibattito, tuttavia, è ancora acceso, in quanto stabilire dove finisce una forte carica libidica e dove inizia un disturbo richiede criteri rigorosi. Il presente articolo ricostruisce la ricerca contemporanea sull’argomento e presenta sintomi, cause, strumenti di valutazione e trattamenti disponibili.
Nota: il racconto che segue rappresenta un esercizio ipotetico e creativo, ideato per illustrare in modo esemplificativo alcune dinamiche e strategie d’intervento potenziali. Pur includendo dettagli, analisi e narrazioni che possono richiamare scenari clinici realistici, si tratta di una costruzione teorica elaborata ex novo. Le situazioni descritte devono essere pertanto interpretate come astrazioni finalizzate a stimolare una riflessione critica, e non come testimonianze della pratica reale. Di conseguenza, dal momento che il racconto appartiene al genere della narrativa psicologica e non a quello scientifico del caso clinico, questi non deve generare alcuna aspettativa in merito al tipo di lavoro svolto in seduta.
Leonardo: «Guarda, non ti so dire com’è cominciata, ma di sicuro ho capito quando le cose sarebbero cambiate».
Alberto: «Ti ascolto» lo incalzo.
Leonardo: «Ho perso la verginità molto tardi, intorno ai ventiquattro anni. Non perché le occasioni mi mancassero, eh. Mi hanno sempre considerato un bel tipo. È che dentro di me sentivo di essere profondamente diverso, tipo un alieno, o uno sfigato. E questo mi ha portato a rinunciare a diverse occasioni».
Alberto: «In base a cosa dici che ventiquattro anni è stato troppo tardi?».
Leonardo: «In base al mio potenziale: ero una Ferrari in prima. E quando l’ho scoperto, qualcosa ha fatto click» dice schioccando le dita. «È stato come riuscire finalmente a vedere qualcosa in cui avevo sempre sperato: piacevo agli altri. E alle ragazze in particolare».
Alberto: «E cosa è cambiato a partire da quel click?».
Leonardo: «Beh conta che ho recuperato, e con gli interessi. Ad oggi ho quasi quarant’anni e ho perso il conto, ma le 200 donne le ho superate di sicuro. Un tempo tenevo anche l’elenco delle tipe su un quaderno, poi l’ho perso. Alcune non sapevo nemmeno come segnarmele perché non avevo mai chiesto il nome: inserivo la data, la taglia del seno e via».
Alberto: «Come un magazziniere di un negozio di lingerie» lo provoco bonariamente.
Leonardo: «Più o meno, sì» ride.
Alberto: «E ad oggi senti di aver davvero recuperato?».
Leonardo: «In che senso?».
Alberto: «Voglio dire: stare con oltre 200 donne, non che ci sia nulla di male. Ma senti di aver compensato quella mancanza? Perché bene o male fino ai suoi 24 anni un ragazzo medio può essere stato con due, quattro, cinque donne. Diciamo pure dieci o venti, se ci sa fare».
Leonardo: «Dici che sono andato in ipercompensazione?».
Alberto: «Mettiamo da una parte i tecnicismi, per un momento: senti di aver dato abbastanza al Leonardo ventitreenne, quello ancora vergine che stava per perdere le speranze?».
Leonardo: Leonardo abbassa lo sguardo e sospira «Forse no».
Alberto: «Forse no» gli faccio eco. Una pausa di silenzio. «E come mai il Leonardo ventitreenne non è soddisfatto di quello che gli hai dato dopo?».
Leonardo: Un’altra pausa di silenzio, Leonardo abbassa lo sguardo: «Non lo so. È strano. Sono entrato in un loop, la mia era una voglia insaziabile. Hai presente Oscar Wilde, quando dice che la sigaretta è il piacere perfetto perché ti lascia sempre mezzo insoddisfatto?».
Alberto: «Non aveva tutti i torti» sorrido.
Leonardo mi guarda, in attesa.
Alberto: «A me invece hai fatto venire in mente Wish You Were Here dei Pink Floyd, quando dice “Runnin’ over the same old ground, what have we found? Same old fears”». [Traduzione libera: “Percorrendo sempre la stessa strada, cosa abbiamo trovato? Le solite vecchie paure”]
Leonardo: «Hmm».
Alberto: «E com’è che il Leonardo ventitreenne non ha trovato un lieto fine, dopo aver avuto 200 donne?».
Leonardo: «Questo me lo devi dire tu, è per questo che ti pago» stavolta è lui a provocarmi, con un sorrisetto innocente.
Alberto: «Mm. Fammici pensare» gli dico concentrato. «Facciamo così, ti propongo due opzioni: o ti servivano 300 donne, anziché 200, oppure a ventitré anni non era esattamente il sesso ciò che cercavi».
Leonardo: «E cos’è che cercavo allora?».
Alberto: «Riconoscimento? Stima? Smettere di sentirti uno sfigato? Sentirti bene per la prima volta dentro il tuo corpo?».
Leonardo: sospira. «Quello lo vorrei tuttora. E nessuno lo direbbe, eh: ho un bel lavoro, una bella macchina. Quando esco con i miei amici sono l’anima della serata, anzi a volte non escono nemmeno se non ci sono io».
Silenzio.
Leonardo: «Cos’è che non ha funzionato? Perché non ho soddisfatto quei bisogni di stima e riconoscimento con i miei incontri sessuali?».
Alberto: «Un’idea ce l’ho, ma prima voglio sentire la tua. È per imparare a fare riflessioni del genere che mi paghi».
Che cos’è l’ipersessualità
Il termine descrive un pattern di persistente fallimento nel controllare impulsi sessuali intensi e ripetitivi, con conseguente condotta sessuale reiterata. Secondo la definizione ICD-11, il quadro si manifesta per un periodo prolungato, indicativamente sei mesi o più, e genera marcata sofferenza oppure compromissione del funzionamento personale, familiare, sociale o lavorativo. Il gruppo di lavoro che ha proposto la categoria ha collocato il disturbo tra quelli del controllo degli impulsi (Kraus et al., 2018). Ciò è importante in quanto distingue l’ipersessualità dalle dipendenze comportamentali in senso stretto. Va segnalato, inoltre, un elemento decisivo: la sofferenza che deriva interamente da giudizi morali o dalla disapprovazione verso i propri impulsi sessuali non è sufficiente a soddisfare il criterio diagnostico. L’OMS ha inserito tale precisazione in modo esplicito, proprio per evitare diagnosi fondate su conflitti di valori.
Ipersessualità o dipendenza sessuale? Una questione ancora aperta
Nel 2010 Martin Kafka propose per il DSM-5 una diagnosi denominata Hypersexual Disorder, concettualizzata come disturbo del desiderio sessuale non parafilico con una componente di impulsività (Kafka, 2010). La proposta integrava prospettive diverse, dalla disregolazione dell’eccitazione alla compulsività sessuale. Un field trial su 207 pazienti mostrò che i criteri proposti avevano buona affidabilità e validità in contesto clinico (Reid et al., 2012); ciononostante, l’American Psychiatric Association decise di non accogliere tale diagnosi. L’ICD-11 ha poi seguito una strada diversa da quella della dipendenza. Anzi, ha volutamente evitato il linguaggio dell’addiction, adottando la categoria del controllo degli impulsi. Di conseguenza, chi lavora in ambito clinico si trova oggi con una diagnosi riconosciuta a livello internazionale ma inserita in un dibattito teorico tuttora vivo circa la sua natura profonda.
I sintomi dell’ipersessualità
I criteri diagnostici individuano manifestazioni piuttosto definite. Tra i sintomi dell’ipersessualità più rilevanti troviamo:
- attività sessuali ripetitive che diventano il fulcro della vita della persona, al punto da trascurare salute, cura di sé, interessi e responsabilità;
- numerosi tentativi falliti di ridurre in modo significativo il comportamento;
- persistenza della condotta nonostante conseguenze avverse;
- riduzione o assenza di soddisfazione derivante dall’attività stessa.
Quest’ultimo punto merita attenzione particolare: il piacere tende infatti a diminuire mentre la frequenza del comportamento aumenta, configurando un movimento che allontana progressivamente dalla ricerca del piacere e avvicina alla gestione di uno stato interno spiacevole.
Nella pratica clinica, i pazienti ipersessuali lamentano non tanto una libido intensa e ingombrante, ma le sue conseguenze nel quotidiano: appuntamenti saltati, relazioni logore, problematiche sul lavoro. Il vissuto dominante riguarda la percezione di aver perso direzione nelle proprie giornate.
Le cause dell’ipersessualità
Regolazione emotiva
Sul versante psicologico, la ricerca ha evidenziato associazioni consistenti con impulsività, disregolazione emotiva e vulnerabilità allo stress (Reid et al., 2012). La condotta sessuale assume spesso una funzione regolatrice: serve a modulare ansia, vuoto, noia o umore depresso. Comprendere questa funzione risulta particolarmente utile: come nel fumo, nella sovralimentazione e nelle dipendenze comportamentali, il comportamento sgradito all’interno del quadro ipersessuale rappresenta semplicemente la principale strategia di autoregolazione emotiva.
Fattori neurobiologici e iatrogeni
Alcuni casi hanno un’origine medica documentabile: lo studio DOMINION, condotto su 3090 pazienti con malattia di Parkinson, ha rilevato disturbi del controllo degli impulsi nel 13,6% del campione, con l’ipersessualità tra le quattro manifestazioni principali (Weintraub et al., 2010). Il dato saliente riguarda il trattamento: i pazienti in terapia con agonisti dopaminergici mostravano una prevalenza del disturbo del 17,1%, contro il 6,9% di chi non li assumeva. Ciò significa che una valutazione seria deve sempre includere l’anamnesi farmacologica. Disturbi neurologici, bipolarismo in fase maniacale e specifiche terapie farmacologiche possono infatti produrre un quadro ipersessuale secondario, che richiede un approccio medico.
Ipersessualità maschile: differenze di genere
Le cause dell’ipersessualità maschile non differiscono qualitativamente da quelle femminili, sebbene i dati epidemiologici mostrino un divario. Uno studio su campione rappresentativo statunitense ha rilevato livelli clinicamente rilevanti di sofferenza legata al controllo sessuale nell’8,6% della popolazione, con il 10,3% negli uomini e il 7,0% nelle donne (Dickenson et al., 2018).
Ricerche psicometriche su larga scala confermano punteggi mediamente superiori nel genere maschile (Bőthe et al., 2018). Il divario risulta però meno ampio di quanto lo stereotipo suggerisca. Inoltre l’ipersessualità femminile appare probabilmente sottodiagnosticata, poiché lo stigma sociale rende la richiesta di aiuto più costosa.
💡 Lo sapevi che…?
Nell’ICD-10 l’ipersessualità veniva classificata come «eccesso di impulso sessuale» (F52.7), una categoria che elencava tra i termini inclusi ninfomania e satiriasi (Krueger, 2016), storicamente riferiti rispettivamente alle donne e agli uomini. Si trattava di etichette ereditate dalla psichiatria ottocentesca. L’ICD-11 le ha eliminate integralmente, sostituendo quella voce con il disturbo da comportamento sessuale compulsivo. Il cambiamento non riguarda soltanto la terminologia: la nuova categoria descrive un meccanismo di controllo degli impulsi valido per entrambi i generi, superando una nosografia che assegnava nomi diversi allo stesso fenomeno a seconda del sesso della persona.
I test per l’ipersessualità
Chi cerca un test per l’ipersessualità può trovare online alcuni questionari autosomministrati. Nei colloqui di valutazione capita spesso che la persona arrivi con un punteggio già in mano, convinta di avere una diagnosi. La realtà psicometrica risulta però più sfumata, e in lingua italiana gli strumenti con validazione dedicata si contano sulle dita di una mano.
Lo strumento internazionale più solido è la Compulsive Sexual Behavior Disorder Scale (CSBD-19), sviluppata su 9.325 individui in tre nazioni e costruita direttamente sulle linee guida ICD-11 (Bőthe et al., 2020). La scala articola cinque fattori, corrispondenti ai criteri diagnostici:
- controllo;
- salienza;
- ricadute;
- insoddisfazione;
- conseguenze negative.
Uno studio successivo ne ha esteso la validazione dello strumento a 42 nazioni su oltre 82.000 partecipanti, rilevando che il 4,8% del campione presentava un rischio elevato (Bőthe et al., 2023). Una versione italiana della scala è stata impiegata in questa ricerca, con il contributo di ricercatori italiani; mancano tuttavia norme italiane specifiche, per cui il cut-off risulta essere quello derivato dal campione originale (50).
Sul versante italiano, due strumenti dispongono di uno studio di validazione dedicato. Il primo è l’Hypersexual Behavior Inventory (HBI) (Ciocca et al., 2020), adattato su un campione di 1000 soggetti e costruito su tre fattori:
- coping;
- controllo;
- conseguenze.
L’impostazione deriva dai criteri proposti da Kafka, quindi lo strumento misura anche la funzione regolatoria della condotta, ossia l’uso della sessualità per gestire stati emotivi spiacevoli.
La Bergen-Yale Sex Addiction Scale (BYSAS), infine, rappresenta un’alternativa più breve, con soli sei item validati su 1230 adulti italiani (Soraci et al., 2023). Lo strumento poggia sul modello dei componenti della dipendenza comportamentale e indaga i seguenti fattori:
- salienza;
- modificazione dell’umore;
- tolleranza;
- astinenza;
- conflitto;
- ricaduta.
La brevità lo rende utile come strumento di screening.
Frequenza elevata e patologia: il ruolo dell’incongruenza morale
Uno dei contributi più importanti degli ultimi anni riguarda la dissociazione tra il comportamento sessuale della persona e quanto questi ritiene problematico il suo comportamento sessuale. Un’analisi su un ampio campione, ad esempio, ha mostrato come l’utilizzo frequente di pornografia possa risultare non problematico in una quota consistente di soggetti (Bőthe et al., 2020). La variabile decisiva emerge da un modello integrativo con revisione sistematica e meta-analisi: l’incongruenza morale, ossia la discrepanza tra i comportamenti sessuali e le convinzioni morali della persona (Grubbs et al., 2019). Chi disapprova moralmente le proprie condotte riferisce percezione di dipendenza anche a livelli di consumo ordinari. Tale evidenza ha conseguenze cliniche dirette: il compito del clinico diventa dunque anche quello di distinguere una compulsione autentica da un conflitto di valori vissuto come patologia. Sbagliare tale distinzione significa trattare come disturbo ciò che richiede invece un altro tipo di lavoro.
Cosa dice la ricerca scientifica sull’ipersessualità
Riassumendo lo stato attuale delle conoscenze, emergono sei punti fermi dalla letteratura scientifica sul tema.
- Riconoscimento nosografico. L’ipersessualità dispone oggi di una collocazione diagnostica ufficiale nell’ICD-11, con il codice 6C72, all’interno dei disturbi del controllo degli impulsi (Kraus et al., 2018).
- Esclusione del criterio morale. La sofferenza che deriva interamente da giudizi morali sui propri impulsi sessuali non soddisfa i criteri diagnostici, secondo indicazione esplicita dell’OMS (World Health Organization, 2019).
- Prevalenza. Uno studio ha intervistato un campione rappresentativo di adulti statunitensi, scelti nella popolazione generale e non tra chi cerca aiuto. La domanda riguardava la caratteristica centrale del disturbo: quanto la difficoltà di controllare pensieri, impulsi e comportamenti sessuali provochi sofferenza personale oppure danneggi il funzionamento quotidiano, cioè lavoro, relazioni e attività abituali. L’8,6% del campione riferiva una sofferenza o un danno di intensità tale da avere rilievo clinico, con il 10,3% degli uomini e il 7,0% delle donne (Dickenson et al., 2018). In pratica, su cento uomini presi a caso, circa dieci riportano questa condizione.
- Frequenza e patologia. L’elevata frequenza di attività sessuale, presa isolatamente, mostra scarso valore predittivo. Un’analisi su oltre 14.000 persone ha individuato tre profili di consumo di pornografia: uso non problematico a bassa frequenza (68-73%), uso non problematico ad alta frequenza (19-29%) e uso problematico ad alta frequenza (3-8%) (Bőthe et al., 2020). I due gruppi ad alta frequenza condividono quindi la stessa quantità di consumo, con esiti opposti. A separarli intervengono altre variabili, in particolare il livello di ipersessualità, i sintomi depressivi e la noia. Il segnale clinico da osservare riguarda perciò lo stato emotivo che accompagna la condotta, più che il numero di episodi.
- Eziologia multifattoriale. Fattori neurobiologici, iatrogeni ed emotivi concorrono al quadro. Gli agonisti dopaminergici, ad esempio, aumentano di due-tre volte le probabilità di disturbi del controllo degli impulsi nella malattia di Parkinson (Weintraub et al., 2010), mentre in ambito clinico emergono associazioni consistenti con impulsività e disregolazione emotiva (Reid et al., 2012).
La ricerca sul trattamento
Il panorama terapeutico si è sviluppato più lentamente rispetto a quello diagnostico; ciononostante, i dati più recenti sembrano incoraggianti.
- Una revisione sistematica preregistrata ha identificato 24 studi sui trattamenti, dei quali quattro presentano un disegno randomizzato controllato (Antons et al., 2022). Da tale revisione emerge come ricevere un trattamento, psicoterapico o psicofarmacologico, porti effettivamente a dei miglioramenti.
- Una revisione sistematica di 415 studi empirici pubblicati in venticinque anni ha rilevato una netta prevalenza di disegni trasversali su popolazioni non cliniche, insieme a una base empirica quasi assente per il trattamento (Grubbs et al., 2020). Alcuni protocolli mostrano tuttavia risultati incoraggianti, come il trial randomizzato sull’ACT (Crosby & Twohig, 2016).
- Una meta-analisi ha rilevato che chi riceve psicoterapia migliora significativamente rispetto al gruppo di controllo sulle seguenti variabili: utilizzo problematico, frequenza del consumo e compulsività sessuale, con dimensioni dell’effetto ampie (López-Pinar et al., 2025). L’effetto sul craving appare invece contenuto, e gli autori segnalano un rischio di bias elevato negli studi inclusi.
- Tra i protocolli specifici, un trial randomizzato ha valutato dodici sedute individuali di Acceptance and Commitment Therapy (ACT) per l’uso problematico di pornografia online, con una riduzione del 93% nella condizione ACT contro il 21% del gruppo messo in lista d’attesa (Crosby & Twohig, 2016). Il campione, ad ogni modo, era ridotto e composto da soli uomini, perciò la generalizzabilità resta limitata.
Questi dati convergono su un’indicazione operativa: la valutazione dell’ipersessualità richiede un inquadramento differenziale che consideri storia medica, funzionamento emotivo e sistema di valori della persona. Affidarsi al solo conteggio degli episodi può portare fuori strada.
Il trattamento dell’ipersessualità: cosa ne penso
Il trattamento dell’ipersessualità differisce rispetto alla maggioranza degli altri disturbi sessuali in quanto tende ad essere più ampio e pervasivo; può manifestarsi, infatti, con una varietà di sintomi, tra cui:
- dipendenza da pornografia, da chat e videochat erotiche;
- masturbazione compulsiva;
- tendenza al tradimento;
- sexual desire discrepancy (SDD).
Allo stesso modo, può portare a un certo numero di conseguenze sessuali. A titolo di esempio:
- ansia da prestazione sessuale;
- disfunzione erettile psicogena;
- eiaculazione ritardata o anorgasmia;
- eiaculazione precoce;
- sindrome masturbatoria traumatica;
- death grip syndrome;
- disfunzione erettile indotta da pornografia (PIED).
Tutto ciò che risulta eccessivo all’interno di un comportamento sessuale può condurre a una serie di complicanze che rendono più complessa la diagnosi differenziale.
La necessità di effettuare una buona diagnosi differenziale nei casi di ipersessualità deriva dalla necessità di trattare, in alcuni casi, non solo il sintomo, ma anche ciò che vi è alla base. Per come la vedo io, l’intervento sul paziente ipersessuale deve attraversare le seguenti fasi:
- diagnosi differenziale: distinguere tra compulsione singola (es. dipendenza da chat erotiche) e impulso pervasivo, che ha a che fare con l’intera sfera sessuale dell’individuo;
- intervento diretto sulla compulsione riferita dal paziente: nei casi meno complessi, monosintomatici, è possibile intervenire mediante tecniche paradossali o di gestione dell’impulso coattivo;
- intervento sui sintomi-satellite: nei casi più complessi (es. tendenza a stabilire una molteplicità di incontri sessuali reali, oppure a costruire relazioni extraconiugali parallele), tecniche paradossali e di gestione dell’impulso non possono solitamente essere applicate o risultano scomode, compromettendo l’aderenza al trattamento. In casi come questi si lavora sui “sintomi-satellite”, vale a dire su quella molteplicità di manifestazioni sessuali che non vengono concepite in maniera problematica dal paziente, ma che rappresentano tuttavia altre espressioni coattive del disturbo (es. il sex focus, vale a dire la continua focalizzazione mentale su scenari erotici; la masturbazione compulsiva; l’edging; la dipendenza da pornografia). La speranza, in questi casi, è che ammorbidire il ricorso del paziente allo stimolo sessuale abbia degli effetti anche sul sintomo riferito;
- lavoro più ampio sulla sessualità: il paziente ipersessuale è un paziente che ha trovato nel drive sessuale un valido strumento di regolazione emotiva, ma tende ad abusarne. Come nelle dipendenze in generale, e al pari di molti altri disturbi della sfera coattiva, il comportamento presentato come problematico tende ad avere agli occhi del paziente una doppia valenza: quella di regolatore delle emozioni sgradevoli e quella di generatore di nuove emozioni sgradevoli. La tendenza compulsiva al tradimento, ad esempio, può condurre a conseguenze completamente opposte: sollievo dalle tensioni e dai problemi della vita quotidiana, da una parte, e generatore di nuove preoccupazioni (es. di essere scoperti dalla propria compagna) dall’altra. Il lavoro psicosessuologico diventa, pertanto, quello di ridurre il ricorso al sesso come autoregolatore e trovare nuove e più equilibrate (benché inizialmente meno efficaci) forme di gestione emotiva;
- psicoeducazione personologica e ricostruzione della storia del problema. L’ipersessualità, in molti casi (benché non nella totalità di essi), tende ad associarsi a specifici quadri di personalità, in primis quello narcisistico. Tra i valori più spiccatamente narcisistici, infatti, possiamo elencare: potere, prestigio, sesso, bellezza, denaro. Sono tutti valori positivi e da perseguire, sia chiaro, ma nella personalità narcisistica rappresentano modalità rigide per emergere e dominare la scena, a scapito di altri valori che producono altrettanto equilibrio per la persona. Le diverse personalità tendono a sviluppare psicopatologia proprio laddove spiccano i valori di base di quella specifica tipologia personologica: le personalità ossessive sviluppano più spesso compulsioni, le personalità fobiche sviluppano disturbi ansiosi e le personalità narcisistiche possono sviluppare frequentemente disturbi sessuali (benché non siano le uniche). Diventa utile, allora, aiutare il paziente a tracciare un collegamento tra le sue esperienze di vita e i sintomi riportati in seduta. Si può scoprire, talvolta, che il sesso è diventato la principale forma di investimento narcisistico (vale a dire: quasi tutta l’autostima del soggetto è stata riposta sul suo valore sessuale); in altri casi si scoprono svariate ferite narcisistiche, specialmente in età adolescenziale (ad esempio il sentirsi rifiutati dai coetanei e dall’altro sesso, salvo poi sviluppare un potente senso di trionfo attraverso le conquiste sessuali). Diventare consapevoli della storia del proprio problema aiuta ad effettuare un reframing: quello che si sta vivendo non è più solamente un sintomo inspiegabile che ci incatena, bensì un esito logico e lineare delle carenze affettive che abbiamo vissuto. Nelle personalità borderline, invece, l’ipersessualità può ricollegarsi a una serie di meccanismi: a) in alcuni casi rappresenta una forma di autosabotaggio: assumere un’identità considerata “negativa” dalla massa è tipico delle personalità che hanno sviluppato questo disturbo; 2) in altri casi rappresenta un modo per colmare un vuoto e riempirlo di emozioni, positive o negative che siano; 3) in altri ancora il sesso diventa una moneta di scambio per ottenere riconoscimento dall’altro sesso, in maniera simile a quanto effettuato dal paziente con tratti narcisistici; non è insolito che il partner di una paziente borderline mi riferisca come, prima della relazione attuale, la sua compagna abbia cercato validazione attraverso il contatto erotico con una molteplicità di uomini, anche quelli che non le piacevano.
Il lavoro di coppia
A mio avviso, il lavoro di coppia all’interno dell’intervento di supporto in condizioni di ipersessualità si rivela necessario solamente in casi specifici: quando il partner del paziente sta elaborando un tradimento, oppure quando il paziente ipersessuale è soggetto a controlli eccessivi da parte del partner, andando così incontro allo sviluppo di una motivazione estrinseca rispetto all’interruzione del comportamento problematico. La motivazione estrinseca rappresenta una tipologia di motivazione al trattamento particolarmente debole e temporanea, alimentata esclusivamente dal fatto di essere controllati dall’altro; non appena il cane da guardia smette di fare il suo lavoro, il paziente ipersessuale potrebbe ricadere ancora una volta nel comportamento indesiderato. La vera motivazione al trattamento è quella intrinseca, endogena: si tratta quella che il paziente stesso può utilizzare anche in assenza di controlli esterni.
Quando richiedere una consulenza
Alcuni segnali suggeriscono l’opportunità di un confronto professionale. Ecco quelli che considero più significativi:
- il tempo dedicato all’attività sessuale sottrae spazio a lavoro, sonno o relazioni;
- i tentativi di riduzione falliscono ripetutamente, nonostante l’intenzione sia genuina;
- la condotta prosegue malgrado evidenti conseguenze economiche, sanitarie o relazionali;
- il piacere si riduce, mentre la frequenza del comportamento coattivo rimane invariata o aumenta;
- compare un vissuto persistente di vergogna o senso di colpa.
La presenza di uno solo di questi elementi non definisce un disturbo; quando però una molteplicità di essi persiste per mesi, una valutazione strutturata può offrire chiarezza. Distinguere tra ipersessualità clinica, conflitto morale e quadro secondario ad altra condizione costituisce esattamente il compito della valutazione professionale.
FAQ – Domande frequenti sull’ipersessualità
L’ipersessualità è un disturbo riconosciuto?
Sì: l’OMS l’ha inclusa nell’ICD-11 come disturbo da comportamento sessuale compulsivo, classificato all’interno dei disturbi del controllo degli impulsi. Il DSM-5-TR non contiene invece una diagnosi equivalente, avendo escluso la proposta di Hypersexual Disorder.
Quante volte a settimana deve presentarsi il comportamento problematico per poter parlare di ipersessualità?
Nessuna soglia numerica definisce il disturbo: i criteri diagnostici riguardano il controllo, la persistenza nonostante le conseguenze e la compromissione funzionale. Due persone con la stessa frequenza possono ricevere valutazioni opposte.
Un test online basta per capire se ho un problema?
No: strumenti come la CSBD-19 hanno buone proprietà psicometriche e identificano un rischio elevato, ma la diagnosi richiede un colloquio clinico. I questionari reperibili sui siti generalisti, inoltre, non sempre coincidono con le scale validate.
L’ipersessualità maschile è più frequente di quella femminile?
I dati indicano una prevalenza superiore negli uomini, con il 10,3% contro il 7,0% nelle donne secondo lo studio di Dickenson e colleghi (2018).
Sentirsi in colpa per la propria sessualità significa avere il disturbo?
No, e questo punto è stato ben esplicitato dall’OMS: la sofferenza che deriva unicamente da giudizi morali sui propri impulsi non soddisfa i criteri diagnostici. La ricerca sull’incongruenza morale ha mostrato che la disapprovazione delle proprie condotte genera percezione di dipendenza anche a livelli di consumo ordinari.
Alcuni farmaci possono causare ipersessualità?
Sì: gli agonisti dopaminergici usati nella malattia di Parkinson aumentano in modo documentato il rischio di disturbi del controllo degli impulsi, ipersessualità inclusa.
Quanto dura un percorso di trattamento?
La durata varia in base al quadro: Il protocollo ACT valutato nel trial randomizzato prevedeva dodici sedute individuali. Quanto agli approcci strategici, in alcuni casi risultano più complessi da applicare ad alcuni quadri di ipersessualità, in quanto non sempre risulta possibile utilizzare tecniche ad approccio paradossale e in alcuni casi sembra essere presente in comorbilità un disturbo narcisistico di personalità. Più in generale, l’intervento sessuologico è finalizzato a ridurre la compulsione.
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